La responsabilità ultramassimale dell’assicuratore

La responsabilità ultramassimale dell’assicuratore

Se v’è un aspetto dell’assicurazione Rca che sembra destinato a non dover trovare mai pace, questo è senza dubbio rappresentato dal tema della responsabilità ultramassimale dell’assicuratore. Interessanti, sul punto, sono le osservazioni di un “addetto ai lavori” quali il magistrato dott. Marco Rosetti che, prendendo spunto dalla sentenza della Cassazione civile sez. III, del 9 febbraio 2005 n. 263 ha cercato di portare chiarezza al dibattito, anche se da più parti si pensa che sia necessario un intervento delle Sezioni Unite.

Se v’è un aspetto dell’assicurazione Rca che sembra destinato a non dover trovare mai pace, questo è senza dubbio rappresentato dal tema della responsabilità ultramassimale dell’assicuratore. Interessanti, sul punto, sono le osservazioni di un “addetto ai lavori” quali il magistrato dott. Marco Rosetti che, prendendo spunto dalla sentenza della Cassazione civile sez. III, del 9 febbraio 2005 n. 263 ha cercato di portare chiarezza al dibattito, anche se da più parti si pensa che sia necessario un intervento delle Sezioni Unite. Tre, tradizionalmente, sono i punti della questione: (a) quando l’assicuratore debba rispondere oltre massimale; (b) in che misura l’assicuratore debba rispondere oltre massimale; (c) come vada formulata la relativa domanda nel giudizio.   Per chiarezza del lettore sarà utile ricordare come da un fatto illecito legato alla circolazione stradale scaturisca un rapporto obbligatorio trilatero: (a) un rapporto di credito ex delicto tra danneggiato e danneggiante, questo rapporto ha ad oggetto il risarcimento del danno e l’obbligazione nascente costituisce un debito di valore; (b) un rapporto di credito ex lege tra danneggiato ed assicuratore del danneggiante, questo rapporto ha ad oggetto il pagamento di quanto dovuto dal danneggiante, ma fino al limite del massimale assicurato. L’obbligazione nascente costituisce un debito di valuta; (c) un rapporto di credito ex contractu tra il danneggiante ed il proprio assicuratore della RCA, questo rapporto ha ad oggetto la pretesa dell’assicurato danneggiante di essere tenuto indenne dalle pretese del danneggiato ed è anch’esso soggetto al limite del massimale. L’obbligazione nascente costituisce un debito di valuta.   Le obbligazioni di valuta e di valore si comportano in modo diverso nel caso di ritardato inadempimento: le prime producono interessi legali che sono dovuti anche a prescindere dalla prova dell’esistenza di un pregiudizio concreto e salvo sempre il risarcimento del maggior danno; le seconde, invece, devono essere innanzitutto rivalutate e, all’importo rivalutato, dovrà aggiungersi il lucro cessante derivato dalla perduta possibilità di disporre tempestivamente della somma e ricavarne un lucro finanziario. Inoltre, a differenza del danno da ritardato adempimento delle obbligazioni di valuta, che è dovuto ope legis, il danno da ritardato adempimento delle obbligazioni valore deve essere allegato e provato.                    Quanto sopra rilevato non produce conseguenze di rilievo sino a quando il danno causato dall’assicurato sia inferiore al massimale. In tal caso l’indennità dovuta dall’assicuratore ed il risarcimento del danno dovuto dal responsabile coincidono perfettamente.  Fatta questa premessa si deve precisare che il massimale sia quello minimo di legge oppure, quello più elevato convenzionalmente pattuito, costituisce il limite della garanzia prestata dall’assicuratore, vale a dire l’importo sino a concorrenza del quale l’obbligazione indennitaria dell’assicuratore coincide, in concreto, con quella risarcitoria dell’assicurato danneggiante, tanto è vero che, entro quel limite, l’adempimento dell’obbligazione assicurativa, estingue quella risarcitoria.  I problemi nascono quando il danno causato dall’assicurato sia superiore al massimale ovvero lo diventi per effetto del trascorrere del tempo.  Il diritto vivente ha elaborato ipotesi nelle quali questo limite può essere valicato, (a) o su richiesta ed a vantaggio del danneggiato, che può quindi ottenere, in virtù dell’azione diretta attribuitagli dalla l. n. 990 del 1969, nei confronti dell’assicuratore del responsabile, una somma superiore al massimale stesso, nella ricorrenza di talune condizioni, la c.d. mala gestio impropria. Quest’ultima costituisce un danno da ritardo nell’adempimento ove, non addirittura un vero e proprio illecito.      (b) o su richiesta e a vantaggio dell’assicurato il quale a fronte di una negligente, dilatoria gestione della controversia risarcitoria da parte del proprio assicuratore, può chiedere che questi debba tenerlo indenne dalla prestazione della sua obbligazione risarcitoria anche al di là di quanto pattiziamente stabilito,  c.d. mala gestio propria. La vicenda del possibile superamento del massimale, ha dato luogo ad una molteplicità di complesse questioni, sia sostanziali che processuali, tra le quali devono senz’altro ricordarsi quelle relative alla necessità di formulare apposita domanda di condanna ultramassimale e quella relativa ai limiti del superamento del massimale, in caso di accertata mala gestio, vale a dire se il danneggiato (e l’assicurato) possano pretendere di estendere l’obbligazione dell’assicuratore in misura parti agli interessi sul capitale del massimale, oppure anche sull’importo rivalutato di quest’ultimo. Occorre, così, distinguere tra incapienza originaria e incapienza sopravvenuta del massimale. Nel caso in cui il massimale sia già al momento del sinistro insufficiente a risarcire l’intero danno – secondo la sentenza qui rassegnata – l’assicuratore quand’anche versi in mora, potrà essere condannato soltanto a pagare gli interessi sul massimale ex art. 1224 c.c.. Se dunque l’obbligazione dell’assicuratore verso l’assicurato è una obbligazione di valuta, essa sarà soggetta al principio nominalistico, con la conseguenza che la semplice sussistenza di fenomeni inflattivi non è di per sé sufficiente per pretendere la rivalutazione del credito (del massimale). Questa potrà essere prestata dal debitore solo se egli alleghi e dimostri che, in caso di tempestivo adempimento, avrebbe avuto la possibilità di investire il denaro in modo tale da attenuare o elidere gli effetti dell’inflazione. La suprema corte in questo modo sembra definitivamente abbandonare la vecchia tesi della rivalutazione del massimale secondo cui nel caso di incapienza del massimale già all’epoca del sinistro, e di colpevole inerzia dell’assicuratore, il danneggiato poteva comunque pretendere la rivalutazione del massimale e, sul massimale così rivalutato, gli interessi di mora al saggio legale.   Anche l’assicurato, pertanto, così come il danneggiato potrà pretendere dall’assicuratore soltanto di essere tenuto indenne dalle pretese dell’assicurato in misura non eccedente gli interessi di mora ex art. 1224 cc. calcolati sul massimale con decorrenza dal giorno della mora dell’assicuratore. Nel caso invece in cui il massimale sia inizialmente capiente, ma cessi di esserlo con il trascorrere del tempo, accade che, fino al momento del raggiungimento del massimale, il danneggiato può pretendere dell’assicuratore esattamente l’estinzione dell’obbligazione risarcitoria gravante sull’assicuratore responsabile, ottenendo quindi sia la rivalutazione che gli interessi, in questo caso compensativi, ma poi, dal momento del raggiungimento del massimale, potrà chiedere soltanto gli interessi moratori al tasso legale, fatta sempre salva la prova del maggior danno sulla somma a quel momento raggiunta.